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Esistono, secondo me, due modi per praticare il mestiere del medico. Il primo è quello che viene attualmente insegnato nelle università ed è di standardizzare le terapie in base alla diagnosi.

La diagnosi viene sempre più affidata ad indagini strumentali e di laboratorio e, una volta stabilita, viene impostata la terapia da protocollo. Gli schemi terapeutici sono definiti e rigidamente applicati per il tipo di diagnosi che viene effettuata. Se poi la terapia non funziona non ne ha colpa nessuno e nessuno può rivalersi contro il medico che l'ha applicata. Viceversa, qualsiasi deviazione dal protocollo stabilito, oppure un uso dei farmaci che devi dalle indicazioni del bugiardino può determinare conseguenze spiacevoli per il medico. L'altro modo di praticare la medicina, invece, è quello che si rifà ad un'idea ormai sorpassata e forse molto romantica del terapeuta. Cercando di comprendere, oltre la diagnosi clinica, il vissuto, la personalità, i problemi di quest'altra persona che si rivolge a lui, cerca di trovare una soluzione efficace. Il primo modo di operare ha sicuramente i suoi vantaggi ed è legato anche ad una preoccupazione fondamentale: non fare correre rischi ad un malato di fronte ad un medico che si inventi terapie in base all'estro del momento con grossi rischi per il malato stesso. Inoltre, i protocolli stabiliti sono frutto di ricerca e sperimentazioni scientifiche. Ma la vera medicina non è una tecnica: la chirurgia è una tecnica ed ha degli ambiti di applicazione molto precisi. È un intervento meccanico su un corpo che presenta un'alterazione strutturale, organica da correggere o eliminare. Altro è l'intervento medico sulla sofferenza di un'altra persona. In questo caso, secondo me, bisogna parlare di arte, di sensibilità, di intuizione, di empatia, di tutto un bagaglio anche caratteriale che porta un essere umano a confrontarsi con la sofferenza di un altro essere umano per porvi rimedio. È come nel gioco del calcio o come nella musica: è necessari molta preparazione e padronanza della tecnica, ma il talento non è dono per tutti. Come nel calcio e nella musica tutti possono imparare e diventare bravi, ma quelli che eccellono hanno in sè delle qualità che non si possono apprendere a scuola. Ho avuto la fortuna di lavorare con vecchi medici omeopati che riuscivano a capire di cosa avesse bisogno una particolare persona solo guardandola entrare in studio, prima ancora di sapere il nome della malattia di cui soffrissero. Questi medici mi hanno insegnato che non esistono rimedi migliori o peggiori di altri, esiste solo quello che, in quel momento, necessita al paziente. Mi hanno fatto comprendere che non è il nome della malattia che conta veramente: quello che conta è riuscire a capire cosa serve a quella determinata persona per guarire dal male. Lavorare in questo modo presenta una caratteristica importante: il medico è parte attiva del processo terapeutico. Non nel senso di dover convincere o suggestionare il paziente a guarire, ma nel senso che diventa determinante anche tutto il vissuto interiore del medico stesso. Le sue convinzioni morali, il modo stesso di concepire la vita, il suo personale rapporto con la malattia e la morte, il suo modo di interagire con la sua sofferenza e i suoi malanni occasionali, il suo percorso umano e spirituale come essere umano, tutto questo fa da filtro tra lui e l'altra persona che si rivolge a lui. Ma non solo, anche i suoi problemi quotidiani, le sue vicissitudini economiche e familiari e, perché no, anche le vicissitudini economiche piuttosto che una cattiva digestione occasionale. Tutto questo determina il modo in cui lui si rapporterà al suo prossimo e inevitabilmente condizionerà l'approccio nel momento in visiterà il paziente. In questa ottica il mestiere del medico diventa, nella misura in cui questo mestiere è l'obbiettivo prioritario di quest'ultimo, percorso di crescita, maturazione, evoluzione, per il medico stesso. Il suo scopo, parafrasando il detto giapponese riferito al tiratore con l'arco: Il vero tiratore non è colui che fa centro spesso o anche sempre, il vero tiratore è colui che diventa il centro, non è quello di cercare delle soluzioni, ma quello di trovare la risposta ai problemi del prossimo che si rivolge a lui.

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